03/09/1941 CSIR Missione del 22 GCT

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5 Mesi 2 Settimane fa #11140 da SUP_Bigans
Il 3/9/1941 il 22GCT 371^squadriglia, di base a Krivoj Rog (Ucraina), con 11 C 200 Saetta comandati dal Cap. Enrico Meille decollò alle ore 9 per una crociera di protezione della strada Nowomoskowka-Dnjepropetrowka.

In zona d'attacco, file di autocarri e carri armati furono attaccati dai nostri cacciatori; tuttavia la contraerea rabbiosa abbattè 2 AerMacchi, pilotati dal Ten. Loris Nannini e dal S. ten. Carlo Marchetto, che perse la vita.

Il Ten. Loris Nannini si lanciò col paracadute ed fu fatto prigioniero e portato di fronte al Commissario politico Nikita Kruschev.

Dopo 5 anni di indicibile prigionia il Ten. Nannini rientrò in Italia.

Nel 1961 Kruschev a Roma in visita diplomatica e pretese di incontrare quel pilota italiano che gli aveva tenuto testa.

In prima persona - pag. 101-108 Aviatori italiani edizioni Mursia - ci racconta quanto furono spietati e feroci i russi:
<<Quando, dopo essere stato colpito, sentii che l'aereo non rispondeva più ai comandi e decisi di lanciarmi, ero così basso che ancora adesso non capisco come il paracadute abbia fatto in tempo ad aprirsi. A terra tentai di raggiungere i resti dell'apparecchio per completarne la distruzione, ma venni presto circondato e catturato. Per quanto perdessi sangue da una ferita alla fronte, causata da una pallottola che mi aveva colpito di striscio tranciandomi il caschetto, fui accompagnato a spintoni e precosse verso l'abitato di Novomoskovsk. Nella strada si era radunata molta gente e pensavo ormai di dover fare brutta fine, quando una donna anziana e robusta si fece largo in mezzo alla folla gridando "Stoj, stoj (Fermi, fermi)!". La gente si fermò e lei si avvicinò con una latta d'acqua, mi lavò la ferita e, strappandosi con un gesto deciso l'orlo della gonna, mi fasciò il capo. La ricordo come se fosse ora: alta, energica, rude nei modi, ma buona e coraggiosa. Può darsi che qualcuno, mentre le percosse si infittivano, abbia dato ordine di risparmiarmi; ma, per quello che riuscii a vedere, chi mi salvò fu lei. Ora la ricordo con gratitudine; ma devo dire che laggiù maledii spesso il momento in cui mi aveva salvato. Cominciai anzi a farlo subito, perchè i militari che mi presero in custodia volevano sapere quale fosse l'ubicazione del campo dal quale ero partito e quella era proprio la cosa che io non volevo dirgli. Non riesco a ricordare per quanti giorni mi abbiano obbligato a stare in piedi senza mangiare e bere, continuando ad interrogarmi ed a percuotermi. Ricordo però che verso il quarto o il quinto giorno, quando orma stavo per impazzire, fui avvicinato da un ufficiale giovane che parlava italiano e che sembrava conoscesse bene l'Italia, soprattutto dal punto di vista letterario e artistico. Mi chiese da quanti giorni non mangiassi e mi fece portare del latte: lo trangugiai così avidamente che mi fece male. Non ricordo se dopo mi lasciarono riposare; però è certo che l'incontro con questo ufficiale ne precedette un altro più importante: quello con un commissario politico del quale non riuscii a capire il nome, ma che sembrava temuto e rispettato. Era un uomo calvo e corpulento che, dall'aspetto, non prometteva niente di buono. Ma a differenza di altri che, pur sembrando meno rozzi, si comportavano da aguzzini, non fece minacce, non mi rimproverò l'ostinazione con la quale continuavo a rifiutarmi di indicare il campo di provenienza, anzi sembrò apprezzare il mio atteggiamento. Ricordo che, parlando in francese tramite un interprete, mi chiese dell'Italia, del mio lavoro da civile e della mia famiglia. In quei pochi giorni, tra percosse, digiuni e finte fucilazioni, io ne avevo passate tante che pensai si trattasse di una nuova tattica. Infatti, di tanto in tanto, arrivava la domanda di carattere militare alla quale o rispondevo genericamente o non rispondevo. Però, mentre gli altri si imbestialivano per le mie reticenze, quello non insisteva; anzi, ad un certo punto, fermò con un gesto deciso una guardia che, al solito, cercava di facilitarmi le risposte usando il calcio del fucile. E, siccome io presi lo spunto da quell'intervento per lamentarmi del disumano trattamento inflittomi in quei giorni, il commissario si scusò con una frase che ricordo ancora "Mi dispiace, ma in ogni casa russa  c'è uno stolto." Quel commissario, come veni a sapere molti anni dopo, quando la sua inconfondibile faccia apparve sui giornali di tutto il mondo, era Kruschev. In un primo tempo, dati anche i mutamenti portati dagli anni, ebbi qualche incertezza; ma poi ogni dubbio scomparve anche perché da quello che scrivevano i giornali potei notare che aveva conservato lo stesso modo di esprimersi  per sentenze. Quando, dopo il colloquio di fine settembre 1941, mi congedò assicurandomi che "sarei andato a star meglio", confesso che la frase mi sembrò molto ambigua, tanto più che, appena fuori dalla sua stanza, uno dei soldati di scorta mi fece un gesto che in tutto il mondo significa impiccagione. Come tutti i militari, io sapevo che in guerra si può anche morire e in quei giorni lo avevo ripetuto molte volte ai miei aguzzini per fare loro capire che le minacce di morte non mi avrebbero fatto parlare in quanto alla morte io ero preparato. Ma in verità avevo sempre pensato ad una morte pulita, in volo, una morte che arriva rapida nell'eccitazione del combattimento. Non posso quindi dire che rimasi indifferente quando vidi che sull'autocarro che mi attendeva fuori c'era una grossa corda, né potevo sentirmi tranquillo vedendo che l'autocarro, dopo un lungo tragitto, si fermò davanti ad un boschetto. Ma quando vidi che sotto l'albero c'era un bimotore da trasporto e ricordai di aver sentito che in Spagna i russi avevano qualche volta ammazzato dei prigionieri buttandoli dagli aeroplani, diventai un forsennato. Nelle condizioni in cui ero ridotto, non so dove trovai tanta forza; so soltanto che ci vollero diversi soldati per caricarmi a bordo e quando ci riuscirono io ero estenuato, pesto e sanguinante, ma alcuni di loro non stavano meglio di me. In volo mi ripresi in po'; contrariamente a quanto temevo, non ero stato né bendato, né legato e riuscii a capire che, dopo aver percorso un tratto per nord-ovest, lungo il Dnepr, l'aereo si era messo a girare forse per cercare un campo o un punto di riferimento. ...Atterrammo a Kiev per rifornirci e da lì raggiungemmo Mosca dove, dopo un'accoglienza a base di insulti, sputi, e minacce di fucilazione davanti al mausoleo di Lenin e dopo alcuni giorni trascorsi in una baracca insieme a militari romeni, venni rinchiuso nelle celle della Lubjanka che alternai con quelle della Butorskaja. Di quel periodo, che durò tre o quattro mesi, ricordo la fame, il freddo, la mortale stanchezza derivante dall'obbligo di stare in piedi tutto il giorno e gli estenuanti interrogatori che avvenivano sempre di notte, quando la volontà e la capacità di resistenza sono più deboli. Le domande vertevano sugli argomenti più disparati e spesso riguardavano cose delle quali non sapevo nulla; qualche volta, per evitare percosse, inventavo le risposte, ma si trattava di un sistema pericoloso perché poi bisognava ricordarle per evitare di contraddirsi negli interrogatori successivi. Fu in quel periodo che un giorno venni portato al Cremlino, in una stanza dove trovai un altro prigioniero di guerra, un soldato dell'Italia settentrionale, che stava in piedi davanti ad un funzionario bruno, con gli occhiali, che mi colpì per la sua espressione triste ed amara. Questo, dopo aver dichiarato di essere il comunista Mario Correnti (Alias Palmiro Togliatti), cominciò a spiegare al soldato italiano, che io ero il suo sfruttatore, che era la gente della mia categoria che lo aveva trascinato in guerra in un Paese tanto lontano dalla sua povera casa, che gli sfruttatori come me dovevano sparire dalla faccia della terra ed altre cose del genere. Il soldato in un primo tempo si limitò a protestare debolmente, dichiarando che non mi aveva mai visto e che quindi non potevo averlo sfruttato né spinto ad andare in guerra. Poi, quando sentì che l'altro, forse irritato per l'interpretazione letterale data alle sue parole, lo compiangeva per la sua ignoranza, per la sua povertà, la sua casupola e la fame secolare, finì per risentirsi e per dichiarare che lui la fame la stava facendo lì, in quel paradiso sovietico, ma che a casa sua non gli era mai mancato nulla perché, grazie a Dio, aveva fior di campi, di macchine agricole e non so quanti capi di bestiame e che non sapeva proprio se io avessi altrettanto. Ne era derivata una situazione paradossale che non prometteva nulla di buono: ricordo che il volto di Togliatti divenne ancora più triste ed amaro e che il colloquio venne bruscamente interrotto e ciascuno fu riportato in una cella. Un mestolo di Kascia, la polenta di miglio, era il nostro unico alimento, per tenerci in vita; quindi eravamo sempre affamati, pieni di dolori e coi denti che ormai ci ballavano nelle gengive. Il freddo era molto intenso e costituiva un tormento supplementare. La neve cadde quell'anno molto presto e abbondante: dal fondo della mia cella avevo imparato a capire quanto era nevicato dalla diversa intensità del suono delle campane del Cremlino. L'anno successivo, man mano che l'autunno si inoltrava e che il fronte di avvicinava a Mosca, anche nell'interno del carcere di poteva notare un'agitazione febbrile che aumentava gradualmente: vi fu un periodo i cui dalle celle si poteva udire il brontolio dell'artiglieria e l'idea di una prossima liberazione rendeva frenetici tutti i prigionieri. Ma, all'improvviso, arrivò l'ordine di trasferimento. Insieme a numerosi ufficiali tedeschi fui caricato su un vagone cellulare che, attraverso un allucinante viaggio durato una quindicina di giorni, raggiunse la città di Engels sul Volga. Fummo rinchiusi nelle carceri locali dove erano detenuti anche vecchi, donne e bambini russi, tutti congiunti di deportati politici: ricordo che l'ossessionante pianto dei bambini, i lamenti e le invocazioni delle madri rendevano ancora più lugubri e tristi le lunghissime notti invernali. La visione di quei poveri esseri mi è rimasta nella mente come un incubo del quale non sono più riuscito a liberarmi....Infine, durante i restanti 5 anni, altre tappe del suo lungo calvario:
- le carceri di Saratov, piene di prigionieri politici russi;
- le cantine della prigione di Pensa, dove i detenuti erano costretti a vivere nell'acqua che arrivava alle caviglie;
- il campo 27 di Mosca, dove incontrò il tenente medico Reginato che, senza disporre di granché, si adoperava per curare i feriti, i congelati ed i malati;
- l'arrivo degli alpini nel tragico campo di concentramento di Orankij, dove la fame, il gelo ed il tifo petecchiale fecero strage;
- le saldissime ed antiche mura che circondavano il campo 160 di Susdal, dove, per la ferocia delle guardie russe anche nei confronti dei loro compatrioti, nulla sembrava mutato da quando quelle stesse mura avevano assistito all'invasione delle orde mongole.>>

 

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